TANCREDI BIANCHI: AMMINISTRATORI INDIPENDENTI

 
CORRIERE DELLA SERA 26 MARZO 2016

Ubi, le aspettative e le pari dignità

Il prossimo consiglio di gestione. C’è un difetto nello statuto sulla nomina di amministratori rigorosamente indipendenti, scelti in funzione di competenze e capacità specifiche, non correlate al numero delle azioni

di Tancredi Bianchi

 
 

 

Il vocabolario della lingua italiana, edito dall’Istituto per l’Enciclopedia Italiana, scrive alla parola dignità: «Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto: dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e che egli deve a se stesso». Non vedo il nesso, citando una condizione di pari dignità, con il numero dei posti, assegnati a gruppi di azionisti, in un consiglio di amministrazione, salvo si tratti di amministratori indipendenti, nel qual caso, il giudizio di opinione, in merito alla scelta, di ognuno dei partecipanti alla discussione in materia, deve reputarsi espresso con pari dignità. L’occasione di tale riflessione è offerta dai commenti al caso Ubi Banca. È vero, lo statuto Ubi parla di pari dignità tra soci bresciani e bergamaschi, ma ciò non significa che in una società, in cui ogni azione abbia diritto a un voto, non abbia peso il numero delle azioni di un socio. Il difetto sta nella non previsione statutaria di nomina, in proporzione significativa, di amministratori rigorosamente indipendenti, scelti in funzione di competenze e capacità specifiche, qualità intrinseche, non correlate con il numero delle azioni di chi opera la scelta. Non si può, in ogni caso, prescindere dalla situazione in atto.

Mi sembra giustificato l’auspicio di tenere conto delle considerazioni precedenti quando il consiglio di sorveglianza di Ubi nominerà il consiglio di gestione, e non tanto in nome di una condizione di pari dignità, ma di buone regole di governance. I tempi esigono particolare attenzione quanto alla gestione delle banche, resa meno agevole da una congiuntura economica e monetaria particolare e in molti aspetti non sperimentata nel passato. Inoltre, in un contesto geo-politico instabile. Il superamento delle unilateralità e la composizione delle antitesi impone una valutazione molto equilibrata degli interessi e dei conflitti in gioco da parte di una pluralità di stakeholders. Le attese degli azionisti sono importanti, ma non possono essere appagate prescindendo da altri portatori di interessi. Le imprese tutte, e quindi pure le banche, non possono trascurare la responsabilità sociale della propria azione. Il che, l’esperienza ampiamente insegna, impone distinzione tra proprietà e management, in guisa da evitare che vengano acuiti potenziali conflitti di interesse tra una categoria e l’altra di quanti chiedono tutela delle proprie aspettative, domandando pure il rispetto della propria dignità. Credo che tutti intendano quanto sia ardua la buona governance di un’impresa.

LETTERA DI GIAN ANTONIO BONALDI

L'ECO DI BERGAMO 28 FEBBRAIO 2016 -LETTERA AL DIRETTORE -

Ubi, la debolezza della società bergamasca

Egregio direttore,
tre anni dopo una mia analoga
lettera che riguardava Ubi
che trovò sul suo giornale
ampio spazio, con il titolo
«Quella fusione del 2007 che
paritetica non era affatto»,
torno a lei per dire a chiare
lettere « magari fossimo
rimasti alla fusione non paritetica
». Oggi gli avvedutissimi
bresciani si stanno impossessando
di Ubi con mezzi legittimissimi
sanciti dalla trasformazione
del gruppo
bancario da cooperativa a
società per azioni e dalla
debolezza della società bergamasca
che, a numeri, è
largamente surclassata dagli
amici di oltre-Oglio. Sento dire
«noi prima li abbiamo salvati,
poi han preso di
fatto il governo di Ubi, però con
la Banca Popolare di
Bergamo, ogni anno, a supplire
con il suo bilancio a bilanci
negativi o estremamente risicati
di altri (vedere i bilanci via
via riproposti ) e adesso diventano
i padroni».
Ragionamento lineare che non
fa una grinza ma mi chiedo: chi
ha sbagliato e dove ha sbagliato
? I soci storici di Banca Popolare
di Bergamo, i clienti, gli
eccellenti dipendenti e la gente
sanno bene chi ha sbagliato. Lo
sappiamo tutti. Dove? A mio
avviso: a) apparentandosi con
partner più scafati, più capaci e
con visioni strategiche di più
largo spettro e di più lunga
prospettiva; b) permettendo
che un uomo solo diventi il
capo supremo di tutto; c) correndo,
come forsennati, a fare
una trasformazione che poteva
essere fatta fin al 31 dicembre
2016. Oggi Bergamo, e siamo in
molti dispiaciuti, perde un
altro pezzo importante, ma
molto importante, del suo
patrimonio ma questa perdita
l’abbiamo paradossalmente
voluta. Dal 1973 di fusioni nella
Banca Popolare di Bergamo ne
abbiamo viste e tutte molto
gradite dai soci e dai dipendenti
delle varie banche incorporate:
dalla Banca Popolare di
Chiari, alla Soncino, al Credito
Varesino (e Popolare di Luino),
la Ancona, la Carifano, la Popolare
di Napoli, la Banca Amadeo,
la Todi ed altre ancora. Chi
non ricorda quanto andammo
vicino a fonderci con la Banca
Popolare di Verona dell’avv.
Fratta-Pasini, fusione che poi
non andò in porto per ragioni
che a Bergamo sono bene
conosciute. Durante tutto
questo percorso, noi della
Bergamo, diventammo sempre
più patrimonializzati, sempre
più bravi nel fare affari e quindi
nel guadagnare. I soci si fregiavano
dell’esserlo, i dipendenti
erano onorati di vestire la
casacca-Bpb e i territori sui
quali la banca operava sentivano
la presenza di un partner di
fiducia. Poi abbiamo dato vita a
Bpu ed abbiamo toccato con
mano una cultura diversa dalla
nostra, molto diversa dalla
nostra sempre però tenuta a
bada dal «voto capitario» fondamentale
presenza di governo
e salvaguardia. Dal 1° aprile
2007 è andato man mano
cambiando tutto. Nell’ultima
assemblea elettiva Andrea
Resti lo diceva: sarà l’ultima
occasione. È stato facile ed
illuminato profeta e non mi si
venga a dire che l’obbligo della
trasformazione in Spa rendeva
tutto ineluttabile. Ci siamo
fatti male con le nostre mani,
non c’è verso siamo e, forse,
volevamo farci male. Il voto
capitario è morto e Bergamo
«che conta» è debole, molto
debole e «conta poco». Ah,
dimenticavo rimane la Banca
Popolare di Bergamo che continuerà
ad essere il traino per
tutta la baracca! Se va bene
così...
GIAN ANTONIO BONALDI

.... LA SPARTIZIONE....?

 CORRIERE DELLA SERA - BERGAMO 4/3/2016

Consiglio di Sorveglianza di Ubi, 
i quattro nomi bergamaschi

In corsa Moltrasio (in pole per la presidenza), Santus, Guerini e Mazzoleni

di Donatella Tiraboschi

 

Ore 16 di ieri appuntamento in Confindustria. I pattisti dei Mille entrano in assemblea. Ordine del giorno: «Considerazioni in merito alla presentazione dei candidati per il Consiglio di Sorveglianza». Più che considerazioni, prese d’atto sui nomi, sui numeri e sui rapporti di forza in campo perché entro martedì, liste e candidature della prossima assemblea di Ubi Banca, il 2 aprile, dovranno essere depositate. A meno di sorprese dell’ultimissima ora, i giochi sono praticamente già fatti, con qualche variabile che potrebbe spostare, ma di poco, le dinamiche in corso. La prima riguarda la lista che, sotto il cappello di Assogestioni, il Comitato dei gestori (che ha in Marco Vicinanza di Arca SGR il suo coordinatore-referente) proporrà. Si tratterà di una lista corta, al massimo di tre candidati,di cui una donna, che in apertura di assemblea si dichiarerà «lista di minoranza». Una precisazione, proveniente direttamente da Assogestioni, di non poco conto, che fissa un punto fermo. I fondi che detengono in Ubi oltre il 40% del capitale sociale, infatti, intervenendo in assemblea, potrebbero far valere in teoria i numeri azionari per «far saltare il banco», cioè potrebbero portare una massa di voti a favore dei propri candidati, ben oltre il 17% garantito dai due Patti parasociali consorziati.

L’assemblea sovrana potrebbe, siamo nel campo delle ipotesi, attribuire attraverso i fondi e i loro consistenti pacchetti azionari, maggiore peso alla loro lista. Ma la dichiarazione di «minoranza», scongiurerà questa eventualità. I fondi, infatti, intendono intervenire nel board di Ubi con funzioni piuttosto di controllo che di governance, a fronte di una rappresentanza variabile da una a tre poltrone. Tutto dipenderà dal quorum che la lista raggiungerà in assemblea; dal 15 al 30% gli eletti saranno due, oltre il 30% saranno tre. In quest’ultimo caso, il listone dei 15 vedrà erodere un posto, quello di chi in lista figurerà come 13esimo. A rischio impallinamento come, del resto, il 14esimo. Sicuro il siluramento del 15esimo nome. Nel listone che condenserà le varie anime, la situazione pur fluida, appare delineata al punto che la presentazione della lista potrebbe avvenire già lunedì. Comunque la si giri e la si conti, la componente bergamasca sarà rappresentata da un quartetto: Andrea Moltrasio, Armando Santus, Renato L. Guerini e Mario Mazzoleni. Tutti uscenti riconfermati, con Moltrasio in pole per la presidenza, che varrebbe per «due». Nel listone dei 15, dove per legge un terzo dovrà essere rappresentato dalla quote rosa, tolti i quattro orobici e i due candidati della due Fondazioni, Crc (con Falco in ambasce) e Monte di Lombardia, i bresciani caleranno 9 nomination, di cui un paio, si presume, «vittime sacrificali». In forse anche chi occuperà la tredicesima piazza. Acume tattico vorrebbe, almeno, che non si tratti di un bergamasco.